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Tumore al seno e dolore, un appello alla ricerca


Ci sono ricerche che decantano soluzioni salvifiche, mentre altre schiettamente scovano e denunciano i nostri difetti di conoscenza. Queste ultime rimangono per lo più sottotraccia ma sono altrettanto preziose perché gettano le fondamenta per lo sviluppo della sperimentazione scientifica.


Ci sono ricerche che decantano soluzioni salvifiche, mentre altre schiettamente scovano e denunciano i nostri difetti di conoscenza. Queste ultime rimangono per lo più sottotraccia ma sono altrettanto preziose perché gettano le fondamenta per lo sviluppo della sperimentazione scientifica su terreni poco esplorati quanto di estrema urgenza. E’ il caso del tumore al seno, e delle conseguenze dolorifiche al seguito di un intervento.

La ricerca arriva da Hamilton, la città fondata dall’omonimo mercante scozzese George (omonimo poi anche di un noto attore hollywoodiano contemporaneo e del suo padre musicista) nel sud-est del Canada, quasi al confine con gli Stati Uniti, ed è pubblicata sul Canadian Medical Association Journal (Cmaj). Si tratta di un riesame sistematico internazionale della letteratura esistente, ovvero di una trentina di studi pregressi che hanno coinvolto circa 20mila donne operate per un cancro al seno.

E’ emerso anzitutto che, se la sopravvivenza a tale tumore per almeno dieci anni è oramai salita all’83%, grazie ai progressi farmacologici e della chirurgia di precisione, circa 6 pazienti su 10, dopo un intervento, soffrono di dolore cronico. E poi, è emerso che la rottura dei nervi sensoriali nell’ascella, quali i linfonodi, è associata con tale conseguenza dolorifica. Una connessione conteggiata sul 21% di incremento di rischio post-operatorio.

Tuttavia – e qui sta l’ammissione d’impotenza attuale degli studiosi - “la preservazione nervosa in alcuni casi non è proprio possibile” e, quel che è peggio per l’attuale conoscenza scientifica, “ perfino quando è possibile non c’è ancora sufficiente evidenza scientifica sul fatto che ciò basti a ridurre il rischio di dolore cronico”. Insomma, sebbene la chirurgia ha fatto grandi passi avanti nell’elaborazione di metodi meno invasivi come la biopsia, rimane molto lavoro sperimentale da fare per la prevenzione del dolore.

Nell’attesa degli agognati sviluppi, è intanto importante affidarsi a quel che c’è, e che consiglia l’Organizzazione Mondiale della Sanità nelle sue linee guida in relazione alla “scala del dolore”. Se acuto o comunque persistente, la risposta più efficace è quella dei farmaci oppioidi. Un “palliativo”, certo, ma, a dispetto di quel che potrebbe suggerire l’aggettivo, è la chiave di volta per la salute e la qualità della vita di milioni di donne.


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