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Marco Pannella non doveva soffrire così


C’è qualcosa che ci viene detto anche dal fronte della sua malattia e decesso, pur nel massimo rispetto per la riservatezza del dolore suo e dei suoi cari, nonché delle personali scelte terapeutiche. Ed è un messaggio che suona come una denuncia. Proprio sul tema del dolore.


Nella commozione collettiva e nella moltitudine di messaggi di cordoglio, gli amici più stretti di Marco Pannella hanno giustamente lamentato la presenza di qualche “ipocrisia”. Nondimeno il carisma e gli ambiti di azione del leader radicale – indubbiamente tra i massimi protagonisti della storia politica e civile italiana dell’ultimo mezzo secolo – sono stati talmente estesi da chiamare in causa un po’ tutti, detrattori inclusi. Questo riguarda perfino l’ambito sanitario, tanto più che si tratta del leader che forse più di ogni altro in Italia ha “parlato” con il proprio corpo, tra scioperi della fame e della sete, abusi ostentati di sigarette e altro.

E c’è qualcosa che ci viene detto anche dal fronte della sua malattia e decesso, pur nel massimo rispetto per la riservatezza del dolore suo e dei suoi cari, nonché delle personali scelte terapeutiche. Ed è un messaggio che suona come una denuncia. Proprio sul tema del dolore. Marco Pannella prima di morire ha sofferto tanto, troppo. Lo ha raccontato sul Corriere della Sera l’eccellente editorialista e scrittrice Alessandra Arachi. Settimane di “inferno di urla e di dolore” fino alla scelta della sedazione. “Pene che non dovrebbero esistere per un uomo che ha dedicato la vita ai diritti degli altri”, scrive.

E questa è appunto una denuncia, perché in Italia la terapia del dolore sarebbe essa stessa un “diritto”, grazie alla legge 38 del 2010 che, con una formulazione innovativa a livello europeo, garantirebbe “ l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore da parte del malato, nell’ambito dei livelli essenziali di assistenza”, mentre ai fatti lo è largamente solo sulla carta.

Proprio mentre Pannella soffriva le pene dell’inferno, dal Senato veniva rilanciato una decina di giorni fa l’allarme, peraltro con scarsa eco mediatica. “ I pazienti oncologici devono aspettare 427 giorni in Italia (contro i 364 della Francia, i 109 del Regno Unito e gli 80 della Germania) per accedere ai trattamenti innovativi con preoccupanti differenze regionali ”, lamenta l’ottavo Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici presentati a Palazzo Madama al ricorrere della Giornata del Malato Oncologico, che ha riservato uno spazio prioritario al tema del dolore.

Manca la rete della terapia del dolore e le cure domiciliari sono di fatto uscite dai livelli essenziali di assistenza (Lea) regionali, vengono infatti attivate solo per il 48,1% dei pazienti al momento delle dimissioni (per il restante 51,9% provvedono i familiari) ”, spiega il dossier, coordinato dalla Federazione Italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia (Favo). La denuncia bersaglia perlopiù la prassi, ancora lontana dalla sufficienza, in ambito applicativo regionale. Ma prende di mira anche le linee guida. “ Nella legge non si è ritenuto opportuno differenziare il dolore del malato oncologico all’interno della rete della terapia del dolore”, sottovalutando le dimensioni “olistiche”, anche psicologico-sociali, delle necessità del paziente.

I ritardi sono gravi anche perché oramai molto si può fare contro il dolore. “ Oggi abbiamo gli strumenti per controllarlo o renderlo sopportabile nella maggior parte dei casi, sfatando l'idea che la morfina sia il "segno della fine" e che il suo uso vada ridotto al minimo ”, sottolinea ad esempio l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro (Airc). “Il sollievo dal dolore oncologico deve essere un obiettivo prioritario in ogni fase della malattia oncologica, raggiungibile, nella maggioranza dei casi, con la sola terapia farmacologica ”, spiega il ministero della Salute.


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