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La fine dell'Antica Roma: barbari o dolore?


Lo spunto di riflessione è un libro (“Bones: Orthopaedic Pathologies in Roman Imperial Age”) presentato nei giorni scorsi a Montecitorio dall’ortopedico oncologo Andrea Piccioli, Direttore del Giornale Italiano di Ortopedia e Antropologia.


I lanci di stampa sintetizzano così gli esiti dell’ultima, estesa, ricerca storica sul dolore. Si usa così nel mondo dell’informazione, per catturare l’attenzione, ma per la verità il libro non dice proprio questo, né dice che gli antichi Romani davvero “convivessero” col dolore. Nondimeno la storia racconta parecchio su di esso. Racconta quanto l’essere umano ne abbia sofferto, e quanto egli non lo abbia affatto mai davvero “accettato”, facendone viceversa la base di ogni quesito esistenziale, sin dall’antichità.

Lo spunto è un libro (“Bones: Orthopaedic Pathologies in Roman Imperial Age”) presentato nei giorni scorsi a Montecitorio dall’ortopedico oncologo Andrea Piccioli, Direttore del Giornale Italiano di Ortopedia e Antropologia, curatore, insieme a storici della medicina ed etnologi, di una corposa analisi di oltre duemila scheletri sulla base delle più recenti strumentazioni e conoscenze.

Il riscontro più vistoso è sull’artrosi, a tutt’oggi ritenuta la malattia più invalidante al mondo, ma che allora incombeva già a 30 anni a causa del carico di lavoro a cui lo scheletro era sottoposto e dell’assenza di prevenzione. Le fratture venivano ricomposte senza intervento chirurgico, semplicemente si ingabbiavano gli arti in una struttura di legno. E presto si tornava a lavorare, con dolori acuti con cui – dice Piccioli – “ oggi è impossibile anche solo pensare di vivere”.

Il messaggio però non è che“accettassero” il dolore. Tutt’altro. “Si nasce tra le lacrime si muore tra le lacrime”, recita un antico aforisma, di dubbia origine, richiamato anche da altre ricerche storiche sulla sofferenza. La realtà è che il dolore è stato sempre un’ossessione, tale da costituire l’architrave di larga parte del pensiero filosofico-religioso, oltre che della sublimazione artistica, si pensi solo a Michelangelo e Van Gogh. Sulla sofferenza la cristianità ha costruito l’edificio dell’etica, mentre le religioni orientali, a iniziare dall’induismo, hanno concepito percorsi di fuga dall’esistenza terrena, e la modernità “hegeliana” ne ha tratto concetti di separazione tra anima e corpo. Nessuno ha mai accolto il dolore, semmai ne ha raccolto i segnali di senso esistenziale.

Anche la legge italiana, la numero 38 del 2010, entrerà nella storia, perché sancisce il diritto a non soffrire. Il proposito, sancito sui “livelli essenziali di assistenza”, rimane ancora parzialmente sulla carta, ma il concetto è ora chiaro, anche perché molto oggi si può fare. Non è un’inversione di rotta rispetto alla storia, è quello che la storia umana chiede, da sempre.


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