Sottovalutazione del dolore, il caso (limite) degli anziani


Saper “ascoltare” il dolore altrui è la prima tappa della terapia, anche perché senza di essa non arrivano le altre. Il messaggio è stato rilanciato all’ultimo Congresso della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg).


Saper “ascoltare” il dolore altrui è la prima tappa della terapia, anche perché senza di essa non arrivano le altre. Il messaggio è stato rilanciato all’ultimo Congresso della Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg), in collaborazione con la Conferenza Episcopale Italiana, sulla base di qualche dato in più, pubblicato sulla rivista Plos One.

La realtà è che in Italia ci sono circa otto milioni di anziani che soffrono di dolore cronico e acuto, con pesanti limitazioni (conteggiate nella metà dei casi) per le azioni più elementari della vita quotidiana. Al contempo, il 60%, ossia oltre cinque milioni di persone, non ricevono alcuna cura, neppure quella di un sostegno psicologico.

L’indagine è drammatica quanto significativa, perché il solo fatto di poter comunicare la propria sofferenza rappresenta oramai un’accertata variabile psico-fisiologica per lenire il dolore, attivando le aree cerebrali connesse alla sua percezione. C’è insomma un’emergenza-sottovalutazione, che per gli anziani si nutre inoltre di qualche preconcetto in più.

“Si tende a pensare che gli anziani, solo perché spesso non trovano le parole per dirlo, percepiscano il dolore meno rispetto agli altri e abbiano una soglia di sofferenza più elevata”, lamenta Flavia Caretta, responsabile del Centro di Ricerca Promozione e Sviluppo dell’Assistenza geriatrica all’Università Cattolica di Roma. Problema di scarsa attenzione, e talora anche di poca formazione del personale sanitario alle tecnica di rilevazione del dolore esistenti, come il “Pain Assessment in Advanced Dementia”.

L’ostacolo è la patologia neuro-degenerativa, ma talvolta anche la propensione dell’anziano stesso a non raccontare l’entità vera dei propri malesseri, per “non gravare sui giovani”. E questo non va bene, perché il dolore non curato è una condanna a una condizione di crescente debolezza e vulnerabilità. “E’ un segno da decifrare che dobbiamo imparare a riconoscere, valutare, misurare per poterlo trattare in modo adeguato, ricorrendo alla farmacologia e a terapie non farmacologiche con un’attenzione globale alla persona”, nota il presidente della Sigg Nicola Ferrara, ricordando l’imperativo, per i pazienti e familiari (oltre che ai medici stessi): “Il dolore non dev’essere più un compagno scomodo e inevitabile dell’anziano”, dice. Per la banale ragione che molto, invece, si può fare.


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