Leggere (insieme) fa bene


Gli aspetti “complementari” della terapia del dolore sono tutt’altro che secondari, possono fare la differenza. Sono variabili cruciali, per restituire serenità e forza al paziente, con tutto ciò che consegue, anche per l’efficacia del trattamento farmacologico.


Gli aspetti “complementari” della terapia del dolore sono tutt’altro che secondari, possono fare la differenza. Sono variabili cruciali, per restituire serenità e forza al paziente, con tutto ciò che consegue, anche per l’efficacia del trattamento farmacologico. L’ultima frontiera in proposito, riconosciuta dalla scienza, arriva dall’atto, banale quanto sublime, della lettura, per giunta arricchita da una particolare modalità: quella di farla assieme.

Lo documenta l’Università di Liverpool, con una ricerca pubblicata sul BMJ Journal for Medical Humanities, che ha esaminato gli effetti di un’attività svolta da un’associazione letteraria britannica dedita alla terapia del dolore, nota per l’uso di uno strumento “tradizionale” e multimodale chiamato “Terapia Cognitivo-Comportamentale” (“Cognitive Behavioural Therapy”, CBT).

Lo studio si è però appunto focalizzato su una tecnica particolare, quella dello “shared reading”, già applicata in alcune situazioni limite, come il trattamento dell’Alzheimer, il sostegno per i detenuti, e per malati di gravi patologie cerebrali. Si basa su gruppi ristretti (possono essere anche solo due persone, e al massimo una dozzina), che si ritrovano settimanalmente a leggere ad alta voce storie, perlopiù brevi o addirittura poesie.

Nel mezzo, si costruiscono delle pause, per riflettere insieme sul senso e le riflessioni innescate dal testo, inclusi richiami individuali al passato e alle sfide presenti. Ed è questo l’aspetto che è emerso come particolarmente prezioso per i pazienti affetti da qualche dolore cronico, intorno al concetto di “rafforzare la persona”, intorno a stimoli letterari di alto livello, e non semplicemente di “curare il malato”.

L’osservazione è stata fatta nell’arco di diverse settimane, comparando le terapie tradizionali di CBT con la “lettura condivisa”. Ebbene, quest’ultima è risultata più efficace e meno “passiva”, nel breve e lungo periodo, risultando volano migliore nell’obiettivo di una “consapevolezza cosciente”. A volte si pensa che vincere il dolore significa saperlo “dimenticare”. La scienza stessa dice oramai che non è così. La forza interiore più grande per vincere il dolore non sta nell’oblio, bensì al contrario in una maggior padronanza di noi stessi e delle nostre emozioni. Ci sono percorsi psicologici che fanno bene, altri meno. Questo, a quanto pare, fa di più.


Vai al progetto