Dolore acuto, il potenziale dell’ipnosi


Un potenziale assai elevato, soprattutto in combinazione con i farmaci.


Eric J. Garland è uno scienziato piuttosto popolare negli Stati Uniti, tra i volti (anche televisivamente) più noti sulla cosiddetta “Medicina Integrativa”, specie in ambito oncologico, con ampi pregressi sulla “mindfulness”, una tecnica di meditazione ispirata al buddhismo e orientata a una “consapevolezza non giudicante” del contesto presente. Può suonare astratto, ma si tratta di una disciplina che oramai ha un solido riconoscimento dalla sperimentazione scientifica, nell’ambito della ricerca sul dolore.
 
Lo stesso Garland, docente all’Università dell’Utah, ha ora messo un tassello in più in materia, con una ricerca pubblicata sul Journal of General Internal Medicine, e mirata a valutare comparativamente gli esiti di diverse tecniche psicologiche di autocontrollo sulla terapia antalgica. Promuovendo, in particolare, quelle fondate sull’ipnosi.
 
La sperimentazione è stata condotta su 244 pazienti, ricoverati all’ospedale di Salt Lake City con dolori incontrollabili, al seguito di malattie o interventi chirurgici. Divisi in tre gruppi, a seconda delle tecniche utilizzate, il primo dato è che in tutti i casi si è conseguito un rilassamento del paziente e una riduzione del colore, conteggiata mediamente su circa il 20%.
 
La media, significativa, tuttavia non svela differenze rilevanti. Attraverso tecniche psicologiche convenzionali di “controllo del dolore”, la sua riduzione era del 9%. Con la “mindfulness” si saliva al 23%, con l’“auto-ipnosi” addirittura al 29%.
 
È un risultato giudicato clinicamente molto rilevante, che può fornire un ausilio decisivo alla terapia farmacologica. Nelle parole di Garland, “il sollievo dal dolore è approssimativamente equivalente a quello prodotto da 5 milligrammi di un potente oppioide”. Sicché utilizzare entrambi gli strumenti ha un potenziale assai elevato.


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